diario di un'onda... pardon di una donna.. C'è solo una "n" in più...
il commento della mia amica delphine al mio ultimo post mi ha fatto riflettere.
per noi donne è un momento di passaggio questo. quelle rughette, le borse sotto gli occhi, dice in sintesi delphine, ci fanno intravedere nuove situazioni, che vanno metabolizzate e accettate.
e poi le hanno fatto eco come in un coro princy, lanoisette, azalearossa, penny, titti, confermando chi in una maniera, chi nell'altra quest'idea.
(è sintomatico che i commenti delle più giovani o degli uomini siano di tenore diverso).
no, mi sono detta, dopo aver letto le loro parole ed aver guardato dentro di me.
le mie amiche non sono ammattite.
la verità è che sono giunte, siamo giunte, ad un punto di svolta e il percorso diventa ora più difficile.
ecco materializzarsi tutte le paure e i fantasmi che, senza che ce ne rendessimo conto ci hanno accompagnate per una vita.
sole, o con mariti presenti solo fisicamente, o anche con compagni affettuosi che d’improvviso sembrano non parlare più la nostra lingua, ci mettiamo in discussione e cerchiamo improbabili conferme alla nostra visione di noi stesse che lo specchio, all’improvviso, ci rimanda deformata.
e allora ecco il pessimismo e l'ossessione per le malattie di elisabetta, la ricerca di consenso da parte di un presunto ammiratore di ester, i sensi di colpa di mariateresa verso il marito.
ancora più complessa, ma anch’essa da attribuirsi a questo momento contingente, è la sintomatologia di alba.
sicuramente ha intravisto in mario qualcosa di cui ha bisogno e che in questo momento sente di poter avere solo da lui: comprensione, solidarietà, condivisione.
e allora, ritiro la mia stupida domanda.
no, le mie amiche non sono diventate matte.
sono (siamo) semplicemente donne in un momento particolare della loro (nostra) esistenza.


per le mie amiche è un periodo di follia.
elisabetta è fuori di testa per l’influenza a h1 n1.
non prende mezzi pubblici nè treno nè aereo, non va al cinema nè al teatro, non bacia e non abbraccia salutando, non dà neppure la mano, tira in continuazione fuori dalla borsa salviette e gel disinfettanti e si tiene a grande distanza dagli alunni e dai suoi interlocutori.
alba continua a parlarmi di mario che pare le sia diventato indispensabile, ma, almeno per il momento, tutto quel che c’è stato tra loro di caldo è stato solo una bella tazza di the.
mariateresa, quella del marito col vizietto che nessuno sapeva quale fosse, ora, dopo gli ultimi avvenimenti che hanno coinvolto un personaggio televisivo, mi ha telefonato dicendomi che ha sbagliato.
avrebbe dovuto anche lei perdonare, glissare “come ha fatto roberta” (ha detto proprio così) facendomi capire qual era il vizietto del marito.
e ora ci si mette anche ester.
approfittando del pigro pomeriggio domenicale mi ha chiamata e con mia grande sorpresa, non è stata lì a tormentarmi per le gesta di sua figlia chicca, che se n’è andata a vivere con un ragazzo che, in quanto nullatenenente, non incontra le sue simpatie.
no, stavolta l’ha presa alla larga.
prima mi ha detto che con il marito, sempre davanti al televisore, ormai è impossibile qualsiasi dialogo e qualsivoglia attività. poi ha iniziato a parlarmi di un tizio che ha incontrato in palestra: sui cinquanta, ma ne dimostra quaranta, fisico alto e asciutto, occhi blu, grande sorriso, denti candidi…
stavolta mi ha salvata alice che aveva bisogno del telefono.
ma un dubbio ce l’ho.
che siano diventate tutte matte?
è suonata la campanella per la fine della lezione in prima.
mi fermo sulla porta nell’attesa del mio collega di disegno che, come al solito, arriva con un bel po’ di ritardo.
si sa: gli artisti sono un po’ svagati e hanno una loro concezione tutta personale del tempo e degli orari.
i ragazzi chiacchierano tra loro. qualcuno riguarda svogliatamente la lezione di oggi.
endriu discute animatamente con rebecca la sua compagna di banco, che annuisce con convinzione, dicendogli:
ma sì, endriu, hai proprio ragione! ora voglio proprio vedere chi potrà criticare il tuo nome…
a questo punto endriu si rivolge a me:
lei lo vede “il grande fratello, prof. ondainlove?
no, veramente no… non è il mio genere… perché?
perché – rebecca lo anticipa nella risposta – perché, prof., in quest’edizione c’è un ragazzo che si chiama maicol, scritto così, non michael, esattamente come endriu non si chiama andrew.
e ora nessuno più potrà più dir niente sul nome di endriu.
pronto... onda, sei sola? posso parlare?
sì, alba sono sola. ma perché?
sshhh... nessuno deve sentire ciò che sto per dirti…
????????????????
ci sono andata…
non essere ermetica, alba… sei andata dove?
da mario. a casa sua.
tu sei pazza. che ci sei andata a fare e quando?
oggi pomeriggio. tornavo dalla redazione e mi è venuta voglia di sentirlo.
l’ho chiamato e gli ho detto che ero dalle sue parti, che avevo con me il video del nostro viaggio, che volevo mostrarglielo...
insomma, mi ha detto: “vieni pure”.
e allora?
ci sono andata.
ha una casa come lui. bella, elegante,ordinata… niente fuori posto… e poi ha molte piante… tante tantissime piante… e un’enorme quantità di libri. mi sono subito sentita a mio agio in quella casa.
avete visto il video?
sì… e non soltanto...
alba non farmi venire l’ansia. che altro avete fatto?
abbiano preso un the.
… e basta?
sì... perché? cosa ti eri andata a immaginare???
dopo aver miracolosamente parcheggiato proprio davanti al mio liceo, attraverso riluttante nugoli di ragazzi recalcitranti come e più di me ad entrare a scuola di lunedì mattina, quando un taxi lucido si ferma a poca distanza da me.
un ispettore? una visita a sorpresa della ministra?
macchè dal taxi, occhiali scuri e scura in volto, scende la mia collega elisabetta.
sembra anche lei affetta dalla sindrome del lunedì, anche se, a dire il vero, in lei si manifesta più volte alla settimana.
“ciao elisabetta, come mai in taxi? – le chiedo sorpresa.
“macchina dal meccanico” – mi fa con aria lugubre.
“ma sotto casa non hai il 75, quello che si ferma qui di fronte? replico curiosa e desiderosa di chiacchierare ancora un po'.
"e le tue figlie che fanno?" (2)
ho respirato profondamente cercando di glissare e portando il discorso sull’influenza A, sui politici e i loro vizietti, sui leggings che alla nostra età non stanno poi così bene...
"ma, onda, che fanno le tue ragazze?"
ha incalzato imperterrita ester per una seconda e poi per una terza volta, non avendo ottenuto risposta alla sua pur chiarissima domanda.
mentre balbettavo qualcosa di incomprensibile, mi chiedevo che cosa avrei potuto risponderle.
….che fanno? boh!
avrei dovuto dirle che ilaria è sempre lì a londra, e, pur precaria, sta facendo una bella esperienza di ricerca e insegnamento, ma, che, per quanto riguarda il suo rapporto con richard, in realtà non mi è dato sapere se ha o meno risolto tutti i suoi dilemmi…
avrei dovuto dirle che non capisco proprio perché alice, attualmente più cameriera part time che studentessa universitaria, si imbatta o cerchi lei stessa le persone sbagliate, (ultimi nel tempo lo spagnolo e lo skipper), passando di delusione in delusione…
avrei dovuto dirle che mi fa star male la sofferenza che sento a tratti nella voce di ilaria o vedo chiara negli occhi di alice e a mia volta faccio mio il loro dolore.
avrei dovuto dirle tutte queste cose ma, per fortuna il suo cellulare si è messo a squillare e ester mi ha piantato lì con un:
“mi squilla il telefonino… ciao, onda, ci risentiamo…”
è passata l’estate ed ester, la cugina di alberto che ha la villetta al mare accanto alla nostra, non si è vista.
è passato settembre e non è arrivata nessuna partecipazione di matrimonio di chicca con il ginecologo.
ma ieri ester si è rimaterializzata (per fortuna soltanto telefonicamente).
per una buona mezzoretta è stata lì a fare il pianto greco per le sue cose che non vanno come vorrebbe.
poi la fatidica inevitabile domanda:
e le tue figlie che fanno?
la prossima volta vi dico come le ho risposto.
in prima stiamo facendo simulazione di conversazione telefonica e io mi aggiro tra i banchi ascoltando i dialoghi delle varie coppie.
lo spilungone col ciuffo biondo che siede all’ultimo banco conversa in inglese con la piccola maria, l’aliena del primo banco che, gli dice di non aver capito il suo nome e gli chiede di ripeterglielo lettera per lettera.
Andrea or Andrew?
No, Andrew.
Can you please spell it?
E N D R I U
la piccolo maria mi guarda disorientata.
allora intervengo.
andrea, se vuoi dire il tuo nome in inglese, sillabalo correttamente: A N D R E W.
ma… prof, io non mi chiamo andrea, né andrew. mi chiamo proprio endriu.
come???
sì, proprio endriu.
mia madre era rimasta talmente colpita dal personaggio di andrew nello sceneggiato televisivo “Uccelli di Rovo” che mi ha voluto chiamare così come lei lo sentiva pronunciare, senza porsi il problema che potesse essere scritto in maniera diversa …
vado a controllare sul registro di classe. incredibile c'è scritto proprio così:
endriu sabatini.
potenza della televisione!
non ho tenuto molte cose sue.
quella borsa del mare, qualche foulard e la vestaglia pervinca.
ho già raccontato di come con la borsa del mare non ce l’avevo fatta, di come non ero riuscita a portarla.
la vestaglia l’avevo tenuta solo per motivi affettivi. in quei lunghi giorni in ospedale, l'avevo vista prima sulla spalliera del letto, poi su di una poltrona, sempre più irrimediabilmente abbandonata .
e dopo non me l'ero sentita di darla via nè di buttarla.
certamente non pensavo di poterla mettere: dentro ci sarei stata due volte.
ma stamattina, avevo freddo.
ho guardato nell'armadio alla ricerca di qualcosa di più caldo della mia striminzita vestaglietta di maglina a righine. la vestaglia pervinca era lì, allettante, morbida e calda al solo guardarla.
l’ho guardata con timore. “mi succederà come con la borsa”, pensavo,”non ce la farò”.
ad ogni buon conto l’ho indossata.
è stato un momento.
non ho sentito soltanto un confortevole calore ed il suo odore (strano, l’avevo lavata...).
era un vero abbraccio quello della vestaglia pervinca.
era il suo abbraccio.
il suo odore e il suo abbraccio.
e mi sono riconciliata con le cose che sopravvivono alle persone.